Scopri e leggi le nostre storie per bambini, le favole e i romanzi per adulti.
Testi per bambini
“Giacomino scopre il teatro”
Fiabe per bambini
Scritte da Alberta Toninato
Sette piccole fiabe per sette grandi scoperte. Giacomino cresce un po’ in ogni fiaba. Neonato scopre la sua faccia allo specchio. A poco più di un anno scopre le tante espressioni che la sua faccia contiene. Giacomino diventa più grande e scopre il piacere di inventare personaggi e storie; il bisogno di trovare qualcuno con cui condividere queste storie. Sono fiabe nate per fare teatro con i bambini. Ogni puntata un argomento didattico diverso. Sono fiabe da leggere e da ascoltare.
Scrivi all’autrice: alberta-toninato@libero.it
La prima volta che Giacomino si vide allo specchio pensò: “Caspita! Niente male quel tipo: occhi furbetti, bel sorriso, nasetto regolare… No, no: proprio niente male!”
La seconda volta che Giacomino si vide allo specchio pensò: “Ehi! Ma questo tipo l’ho già visto! E anche l’altra volta mi guardava e rideva, proprio come ora! Cosa ci sarà poi da ridere?”
La terza volta pensò: “Ancora a sganasciarsi? Ma quel tipo mi prende in giro? Toh! Guarda com’è diventato serio! Cos’è? Ti è morto il gatto?”
Inutile dire che Giacomino era così piccolo da non avere la minima idea di cosa fosse uno specchio.
Il tipo dentro lo specchio gli era diventato così antipatico che un giorno gli fece una bella linguaccia… ma proprio nello stesso momento quello aveva auto la sua stessa idea!
Allora Giacomino gli sfoderò uno sberleffo con tanto di marameo con le dita della mano. Veloce come il fulmine, ancora una volta il tipo di fronte lo imitò.
Incredibile!
Quello si meritava un bel colpo di pistola sparato con l’indice e il pollice! Ma, di nuovo, il suo nemico lo neutralizzò allo stesso modo!
“Eh no!” Pensò Giacomino. “Qui c’è qualcosa che non va!”
Mise in atto una serie di esperimenti, di agguati, balzi felini, finte e controfinte che lo portarono ad un’unica conclusione: quell’antipatico con gli occhi furbetti era proprio lui, Giacomino.
È già difficile accettare un nemico fra i tuoi amici, figuriamoci scoprirsi nemico di se stesso!
Con qualche riluttanza iniziò ad analizzare il suo aspetto in cerca di qualcosa di positivo.
Il sorriso! Sì, era simpatico: non si poteva guardarlo ridere senza ridere di nuovo.
Il naso! Piccolino, regolare, un po’ all’insù. Sì un bel nasino alla francese, avrebbe detto Giacomino, se avesse avuto idea che esiste la Francia e le francesi col nasino all’insù.
Il viso? Rotondo. Proprio rotondo, molto rotondo… troppo rotondo! Sembrava una palla, gli mancava solo saper rimbalzare.
E poi, la statura… Andiamo, era ridicola! Al di sotto di quasi tutto ciò che c’era in casa. Arrivava a malapena ad aggrapparsi alle sedie, al lettone di mamma e papà.
Per non parlare dei capelli! Capelli? Qualche pelo… una peluria più che altro, di un colore non identificato.
E allora? Che fare?
Tante volte Giacomino si era immaginato alto, con le braccia forti e i capelli neri, con un bel ciuffo sulla fronte, come il suo papà.
Un’altra volta aveva sperato di essere come un amico del papà, con gli occhi azzurri e i ricci biondi, sportivo e pieno di muscoli.
O ancora come quel signore che vendeva la frutta al mercato, grande e grosso, con la barba rossa.
Oppure si era sognato come quel ragazzino del suo libro, quello vestito di verde che riusciva a volare sopra le case e sopra le isole che non ci sono.
Invece si ritrovava così piccolo da non riuscire quasi a stare in piedi da solo.
Allora Giacomino inventò un gioco. Si piazzò davanti allo specchio del corridoio, l’unico dove riusciva a vedersi, chiuse gli occhi stretti stretti e sognò come sarebbe diventato da grande.
Riaprì gli occhi e si trovò di fronte un bambino sorridente, con gli occhi scintillanti.
Sì, da grande sarebbe diventato alto e forte, con i ricci biondi, un ciuffo nero sulla fronte e una bella barba rossa, con un occhio nero e uno azzurro, con tanti muscoli sotto un vestito verde da folletto e chissà… forse un giorno avrebbe anche saputo volare.
A chi non è mai capitato di mettersi davanti allo specchio e fare le smorfie?
A Giacomino capitò per caso.
Un giorno la mamma lo sgridò perché durante il pranzo aveva rovesciato i rigatoni al tonno e pomodoro: il piatto era andato in mille pezzi, i rigatoni si erano incollati al pavimento e il sugo era schizzato fin sul soffitto.
La mamma quella volta si arrabbiò tanto che Giacomino si sentì chiudere la gola dal pianto.
Mentre se ne andava mogio mogio verso la sua camera e gli occhi gli si riempivano di lacrime, si vide per caso nello specchio del corridoio.
“Che faccia!” Pensò Giacomino. Non si era mai visto così.
Le labbra erano strette e gli angoli cadevano all’ingiù. Le sopraciglia salivano all’insù. Gli occhi, di solito furbetti e luminosi, non sembravano più i suoi.
Era proprio una faccia triste, la sua; anzi: una faccia disperata.
Ma a vedersi così diverso, Giacomino scoppiò a ridere!
Com’era cambiato!
Gli angoli delle labbra sembravano voler salire fino alle guance. Le sopraciglia tornavano a incorniciare gli occhi, che ora brillavano come avessero dentro il sole.
“Un cambiamento così rapido. Che sorpresa!” Si stupì Giacomino.
Ed ecco che la faccia cambiò ancora: la bocca aperta come una “o di Giotto”, le sopraciglia come due archi di trionfo sopra gli occhi spalancati.
“Ma quante facce ho?” Si chiese pensieroso Giacomino. E proprio allora, cosa successe? Occhi stretti, indagatori, sopraciglia precipitate verso il naso, bocca piccola come una pallina di carta accartocciata.
“Un’altra faccia ancora?”
Erano quattro facce completamente diverse: Giacomino neanche sapeva di averle!
“Chissà quante altre ce ne sono?”
Sistemò una sedia davanti allo specchio e si mise al lavoro per scoprirlo.
La camera di Giacomino era decisamente troppo piccola per giocare.
Quindi aveva eletto suo regno di gioco la stanza d’ingresso.
L’aveva occupata con la sua cesta di vimini dove cacciava dentro di tutto: costruzioni, pelouches, automobili, libri illustrati, tutti i suoi tesori.
Ogni pomeriggio apriva il coperchio della cesta e iniziava a far volare giocattoli per tutta la stanza, finché sceglieva la sua vittima: un orsetto a cui staccare un occhio, o tutti e due; una bambola a cui dipingere i baffi col pennarello; un aeroplano a cui spezzare un’ala.
Ma il suo gioco preferito, mentre se ne stava sul tappeto vicino alla sua cesta, era controllare l’andirivieni di chi entrava e usciva dalla porta d’ingresso.
C’erano tante persone che venivano a trovare i suoi genitori e apparivano incorniciate dallo stipite rettangolare.
Erano tutti tipi diversi: avevano un viso diverso, una statura diversa, un diverso modo di sorridere, un diverso modo di dire “ciao”, un diverso modo di muovere le mani. Ognuno era inconfondibile!
Alcuni lo facevano ridere, altri gli mettevano paura, altri lo facevano persino sbadigliare.
Come in un album dei ritratti, nella sua mente li catalogò tutti:
c’era il postino, con le spalle basse e la schiena curva per la borsa pesante, che camminava strisciando i piedi per terra e salutava appena sollevando una mano come fosse pesata quanto la sua borsa piena di lettere
c’era il vicino di casa un po’ gobbo che si sfregava le mani e quando sorrideva arricciava il naso e scopriva i denti davanti come un topolino
c’era l’amica della mamma piccolina, con i ricci e gli occhiali che camminava come se andasse sempre di fretta, parlava fitto fitto e gesticolava ancora più fitto
c’era l’amico che il papà aveva conosciuto in piscina che teneva il petto in fuori, le braccia sui fianchi e quando salutava il papà gli dava una pacca sulle spalle che lo faceva spostare di due metri…
Ce n’era per tutti i gusti.
Guardare le persone diventò il gioco preferito di Giacomino. Si divertiva così tanto che pensò: “È una bella fortuna che ogni persona sia così diversa dalle altre!”
Nella casa di Giacomino c’era una stanza.
A dire la verità c’erano molte stanze. Ma una era speciale.
Era buia. Era buia anche di giorno perché non c’erano finestre. Era buia anche con la porta aperta perché era così lunga e stretta che non se ne vedeva la fine.
Non è che a Giacomino il buio piacesse tanto. Ma quella stanza così nera a Giacomino faceva proprio una paura verde.
E perché non accendeva la luce, allora?
Una parola! Non c’era traccia di interruttore, ma solo uno spaghetto che pendeva da una specie di tartaruga di vetro attaccata alla parete: Giacomino ci sarebbe arrivato solo se fosse stato alto il doppio. Oppure con la scala a pioli. Ma la mamma mica gliela faceva usare!
Insomma, se poteva, Giacomino evitava persino di passare davanti a quella stanza.
Figuriamoci entrarci! Non l’avrebbe fatto neanche se gli avessero promesso che lì dentro avrebbe trovato una torta alla panna e al cioccolato, alta dieci piani e tutta per lui.
Bè. Se fosse stata davvero alta dieci piani, avrebbe potuto pensarci.
Ma chissà cosa poteva esserci, dietro a quella porta?
Giacomino con l’andare del tempo era sempre più tormentato da un prurito irresistibile alla mano destra, che lo spingeva verso la maniglia della stanza buia… ma quell’antipatica paura verde pistacchio, o verde pisello, a seconda della giornata, lo faceva scappare lontano.
Finché un bel giorno il prurito fu più forte della paura e Giacomino riuscì ad afferrare la maniglia, la spinse verso il basso e la porta si aprì. Naturalmente quella dispettosa si divertì alle spalle di Giacomino lanciando un prolungato cigolio. Giacomino fece un bel salto. Poi si fece coraggio, mise dentro prima il naso, poi l’occhio destro: era più buio di una notte senza luna, un buio più nero dei capelli del suo papà, più nero del nero di seppia.
Giacomino si fece ancora più coraggio. Mise dentro anche l’altro occhio, la testa, poi un piede, poi quell’altro…
“Aaaaaah!” Che spavento: un mostro doveva avergli teso un agguato, poi gli aveva afferrato il piede e se l’era mangiato!
“Aaaaaah!” Un altro mostro, forse una piovra gigante, gli era caduta addosso e ora stava lottando con i suoi capelli!
Giacomino cercava di liberarsi dalla presa dei nemici invisibili, nel tentativo di uscire per sempre da quella stanza, quando la mamma accese la luce e lo abbracciò.
Giacomino si ritrovò con il piede dentro il secchio rosso e con il mocio per le pulizie a fargli da parrucca. Erano quelli dunque i mostri terribili che si nascondevano in quella stanza?
Giacomino non si era mai sentito così ridicolo!
Quando cominciò a guardarsi intorno, scoprì una miriade di cose interessanti: c’erano valigie, bauli, ceste piene di vecchie stoffe, cappelli, scarpe, vestiti, occhiali e cappotti. Era un vero e proprio arsenale dei travestimenti.
Da quel giorno quella stanza non gli fece più paura: chiamava la mamma perché gli accendesse la luce e se ne stava lì dentro, per ore, a travestirsi.
Con una giacca e un certo paio di occhiali gli sembrava di diventare il dottore che veniva a curarlo quando aveva la febbre o il mal di pancia.
Con un altro paio di occhiali, i capelli spettinati e un libro sotto il braccio, diventava lo scienziato pazzo.
Con un berretto di lana rosso e un po’ di cotone sotto il mento diventava Babbo Natale.
Con una maglia e una calzamaglia verdi poteva diventare persino Peter Pan!
La stanza buia era diventata il suo laboratorio, il suo nascondiglio delle trasformazioni. Dimenticò ben presto la paura che l’aveva tenuto lontano da quel paradiso del divertimento.
La mamma invece rimpianse il tempo in cui Giacomino non aveva il coraggio di entrarci e non metteva tutto sotto sopra!
Giacomino sapeva come trasformarsi.
Sapeva come diventare un eroe delle fiabe, dei fumetti o della fantascienza. Nel suo laboratorio c’era persino il necessario per entrare a far parte del mondo degli animali o degli insetti.
“Secondo voi chi sono?” Chiedeva ai suoi genitori, con in testa due molle attaccate ad un cerchiello per i capelli che la mamma usava da giovane. “Una farfalla?” Rispondeva incerto il papà. “Sbagliato! Una formica”, correggeva un po’ seccato Giacomino.
“Secondo voi chi sono?” Giacomino si presentava ai suoi genitori con un pezzo di pelliccia ecologica attaccato al sedere, due copri-orecchie girati verso l’alto, il naso dipinto di nero e i baffi finti disegnati con i trucchi della mamma. “Un gatto!” Esclamava soddisfatta la mamma. “Ma non vedi che sono un lupo?” Chiedeva scandalizzato Giacomino. “Hai ragione, dalla faccia cattiva dovevo capire che eri un lupo”. Ammetteva mortificata la mamma.
Forse per colpa degli errori della mamma e del papà, forse per la sua impazienza, a Giacomino non bastavano più i travestimenti. Non gli bastava più giocare a “diventare qualcuno”.
Aveva bisogno di giocare a “fare qualcosa”.
Ma cosa?
Aveva bisogno di una storia in cui entrare.
Sfortunatamente non gliene veniva in mente nessuna.
Dopo l’ennesima risposta sbagliata dei suoi genitori, Giacomino, annoiato, uscì in giardino.
La mamma stava stendendo la biancheria appena lavata.
Giacomino iniziò a camminare pensoso tra file di lenzuola, asciugamani e tovaglie.
La mamma appariva e spariva dietro al bucato di tutta la settimana, e ben presto Giacomino si perse in un labirinto di panni stesi.
Cercò la sua mamma e rimase impigliato in un copri-divano formato maxi, cercò una via di fuga e venne inseguito da un esercito di pantaloni minacciosi, cercò di tornare sui suoi passi e fu respinto a calci da una selva di calzini svolazzanti.
Giacomino era entrato nel mondo degli uomini invisibili che lo invidiavano per essere fatto di carne e ossa.
Dopo una lunga lotta con maniche di camicia e pigiami di flanella, Giacomino soddisfatto decretò la sconfitta degli uomini invisibili.
La mamma decretò che la sanzione giusta per il disastro combinato da Giacomino fosse raccogliere da terra calzino per calzino, mutanda per mutanda e rimettere tutto in lavatrice.
Giacomino accettò il castigo, felice in cuor suo di aver scoperto una storia dove meno se l’aspettava. Tra calzini e mutande.
Cominciò da quel giorno a cercare le storie nascoste.
La pompa dell’acqua in giardino gli raccontava la storia di Edmondo, il bruco più lungo del mondo.
Una vecchia scopa gli raccontava la storia di Pasticciona, la strega che sapeva solo essere buona.
Una candela accesa su un vecchio candelabro gli raccontava la storia del castello del mago Agrifante e del suo regno nella foresta parlante.
Ogni cosa poteva diventare qualcos’altro: una bacinella di plastica era la nave dei pirati, lui Giacomino il mozzo che trova il tesoro. La luce colorata del suo comodino era una navicella spaziale, lui Giacomino l’extraterrestre che per primo avvistava la terra. Un foglio di giornale era un grifone, uccello dalle ali lunghissime, lui Giacomino il principe che poteva cavalcarlo e volare via.
Le storie erano ovunque. Giacomino smise di cercare e iniziò a giocare.
Era uno splendido sabato mattina di primavera.
Le finestre erano spalancate e dentro la casa di Giacomino entrava tutta la luce che ci poteva stare.
La sua mamma stava dando da bere alle piante in giardino e il papà disegnava sul suo enorme tavolo da architetto.
Ai genitori di Giacomino piaceva ascoltare la musica. La musica piaceva al papà e alla mamma così tanto che alzavano ben bene il volume. La musica allora riempiva tutte le stanze. Inseguiva la luce per occupare ogni angolo. E spesso vinceva perché la luce doveva fermarsi, quando cominciava l’ombra. Invece la musica se ne andava fiera dappertutto.
Quella mattina Giacomino chiuse gli occhi e ascoltò.
Iniziò a fantasticare. C’erano tante farfalle sorridenti che premevano con le loro zampette leggere sui tasti di un pianoforte. Ma i tasti non erano bianchi e neri come li aveva visti sul pianoforte a casa dei nonni. Erano bianchi e rossi, ma anche gialli e azzurri. E non erano tasti, ma fiori: le farfalle si appoggiavano sui fiori e ne uscivano delle bellissime note.
Era una scena incredibile: lui, Giacomino, aveva due grandi ali sulla schiena, di tutti i colori, due piccole antenne sulla testa e stava volando in un giardino segreto.
Ma ad un certo punto, la musica cambiò, si fece sinistra e minacciosa e nel giardino cominciò ad arrivare un vento impetuoso.
La farfalla Giacomino veniva trasportata da un vento che si faceva tempesta. E poi arrivò la pioggia e arrivarono i tuoni. “Aiuto!” gridò la farfalla Giacomino. “Ma dov’è finita la bella giornata di sole con cui mi sono svegliato?”
Giacomino riaprì gli occhi e si trovò di fronte il papà che sorrideva: gli spiegò che la musica era entrata dentro di lui, come un sogno, perché la musica è fatta di note e le note sono come farfalle che toccano i tasti del nostro cuore e della nostra fantasia.
Questa poi! La coincidenza delle farfalle era davvero straordinaria!
Già da un po’ Giacomino aveva iniziato a nutrire il sospetto che i suoi genitori fossero muniti di poteri speciali. Non sempre, per fortuna, ma qualche volta quei due sapevano leggere il pensiero!
Così Giacomino raccontò al papà la sua avventura alata, prima che la indovinasse con i suoi super poteri.
Il papà gli disse che gli strumenti musicali ci aiutano a sognare: il pianoforte aveva fatto pensare a Giacomino a fiori e farfalle, poi, con i violini, era salito il vento. Con i violoncelli era caduta la pioggia a rovesci. E per finire i tamburi e i piatti erano diventati i tuoni e i fulmini che l’avevano spaventato.
Aggiunse che ci sono note che ci procurano sogni belli e piacevoli, altre che ci fanno diventare tristi, altre che ci fanno persino paura, come gli incubi.
“Basta saper ascoltare e ogni musica ti racconta una storia.”
Aveva concluso il papà.
Giacomino ormai aveva proprio tutto: aveva i travestimenti, le scenografie, le storie da raccontare. Ora aveva anche la musica.
Gli mancavano solo due cose per diventare un attore: il teatro e il pubblico. Ma questa è un’altra storia!
Finalmente c’era una visita anche per lui!
Giacomino ai giardini aveva conosciuto un bambino: si erano rincorsi, avevano litigato per la palla, era volata qualche spinta, avevano fatto la lotta, si erano rifugiati disperati ognuno dalla propria mamma. Insomma erano diventati grandissimi amici.
E un bel giorno Tobia, quel bambino conosciuto ai giardini, arrivò in visita a casa di Giacomino, accompagnato dalla mamma.
Tobia iniziò a girare come una trottola per perlustrare la nuova casa.
Giacomino seguiva il nuovo arrivato cercando di attirare la sua attenzione: voleva mostrargli il suo orsetto preferito, quello senza un occhio e la bambola coi baffi, ma Tobia non se lo filava proprio.
Era molto più interessato all’antiquariato: nel giro di tre minuti era riuscito a polverizzare quattro portafotografie dei nonni, il servizio di porcellana olandese, aveva fatto frittata della collezione di orologi d’argento e per finire si era dato alla cucina sperimentale, mettendo una decina di cd nel tostapane e la schiuma da barba nel frullatore.
Le mamme, ignare, bevevano il tè in giardino.
Tobia, dopo essersi guardato intorno insoddisfatto, stava per chiedere alla mamma di tornare a casa, quando capitò un fatto strano. Tobia vide il portico che dava in giardino e si illuminò.
Si precipitò verso le tende che erano legate alle colonne del portico, le chiuse, e mise Giacomino a sedere sull’erba sotto i tre scalini che scendevano in giardino.
Tobia si nascose dietro la tenda e disse a gran voce: “Signore e signori comincia lo spettacolo!”
Allora a Giacomino diventò tutto chiaro: la tenda era il sipario, il portico era il palcoscenico, i tre scalini la ribalta, il giardino era la platea! Aveva un teatro in casa e non lo sapeva!
La prima volta che Tobia si mostrò al suo pubblico aveva una carota in mano e faceva il cantante. La seconda, aveva recuperato uno straccio azzurro ed era diventato il principe delle fiabe, con un mestolo da cucina al posto della spada.
Poi fu la volta di Romeo. Una bambola, proprio quella a cui Giacomino aveva dipinto un bel paio di baffi, gli fu indispensabile per la parte di Giulietta, anche se assomigliava di più a Zorro.
Poi Tobia divenne Robin Hood e poi Pollicino che seminava la ghiaia del giardino per tutto il portico. Poi fu l’ora di tornare a casa.
Da quel giorno il teatro fu sempre affollato. Oltre a Tobia, ci venivano Agnese, Matteo, Emma, Stefano e tanti altri.
Era troppo bello giocare al teatro!
Sopra quei tre gradini del portico tutto diventava possibile, come per magia.
Giacomino era molto fortunato ad avere in casa un vero teatro.
A ben guardare, in ogni casa c’è uno spazio che può diventare un palcoscenico: non ci resta che trovarlo e riempirlo con i nostri personaggi e le nostre storie.
Testi per adulti
“Domani non sarò più Re”
Romanzo
Scritto da Luigi Pozza
Illustrato da Silvia Salvagnini
MiMiSol Edizioni
La pagina dell’editore: Cartaceo | Ebook
Leggi un’nteprima su issuu | Facebook
Nove Sentinelle stanno su una montagna innevata per un tempo (forse) senza fine e in un tempo senza fine (o forse già finito). Nove uomini che lottano contro la logica illogica della guerra per non diventare carcasse, nove persone già trasformate in spettri che si aggirano intorno a una stufa e raccontano… E si raccontano. Narrano vite immaginate, vite lasciate a metà e vite che si compiranno solo lì, nel cuore di un inferno dove il ghiaccio e la natura già congelata si trasformano in casa per non diventare tomba. E un taccuino che istante dopo istante si scrive, quasi da solo e si riempie di ricordi e di speranze, di illusioni e di sogni. Un diario che vorremmo non finisse mai perché finché si scrive allora c’è qualcosa che vale la pena ricordare, qualcosa per cui vale la vita sperare, qualcosa in cui abbiamo creduto con tutta l’anima
“Favole Arcane”
Favole per adulti
Scritto da Luigi Pozza
Illustrato da Silvia Salvagnini
AUTeditORI
Per ricevere in pdf una copia gratuita del libro scrivete direttamente all’autore: elias.mengwee@gmail.com
“C’era una volta un carro, sopra il quale potevano salire solo le persone pure di cuore…”
In effetti, il c’era una volta apre molte delle brevi storie qui raccolte, che vedono protagonisti i personaggi dei tarocchi. Ma forse è solo per quel c’era una volta che possiamo chiamarle favole, non certo perché siano dedicate ai bambini.
Ai bambini va concesso il lusso del sogno, della speranza e del lieto fine. I grandi, invece, sanno già che al mondo non va sempre così.
A loro sono quindi destinate queste favole, a volte un po tristi.
Come la vita, del resto…
